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Attualità Meritocrazia

Il bello di essere liberi

In un era dove la competizione sociale è spinta ai massimi livelli, la libertà non è qualcosa di scontato. Anzi, pochissime persone sono veramente libere. Le politiche mondiali sono centrate sul consumo. Senza limiti. Un po come la logica perversa del PIL, l’indicatore che misura la produzione di ricchezza annua di un paese e che non può essere negativo, altrimenti sono guai. In pratica è come se si chiedesse di aumentare costantemente la velocità di marcia di un’auto che, per quanto possa essere potente, prima o poi raggiungerà la velocità massima. E dopo? Non è dato sapere.

Tutti sono in competizione con gli altri al solo scopo di progredire sempre più nella scalata sociale e di conseguenza economica. Ottenere più denaro per avere più denaro da spendere e quindi “stare meglio”. Ma è questa la libertà? Il denaro rende schiavi, lo dicevano anche i nonni. Per chi non crede ai detti popolari invito ad ascoltare i 45 secondi di saggezza dell’ex presidente Uruguaiano José Mujica.

Spendiamo denaro per comprare e buttare, di continuo, ma per ottenere il denaro impieghiamo del tempo di vita. Quindi ciò che buttiamo è la vita. Questo è terribile.

Tutti siamo convinti di essere liberi ma pochi in realtà lo sono. Il fatto di non avere denaro sufficiente a procurarsi tutto ciò che si desidera, che già è molto più di quello che serve, ha portato nella quotidianità dei paesi industrializzati i comportamenti peggiori sia a livello di nazioni che di singoli individui. Ma il desiderio non è che il frutto dello stile di vita, dicevamo orientato al consumo, che la società moderna ci ha imposto.

Quindi un problema di “sistema“, termine ricorrente nelle cronache giudiziarie attuali ma interpretato come qualcosa di circoscritto ad alcuni. Invece no, viviamo in un sistema che a sua volta da vita ad n sotto-sistemi che partendo dal sistema sociale mondiale, via via arrivano fino al sistema delle tangenti o delle partite truccate. Tutti sistemi in cui delle persone desiderano più di altre, sempre di più, con la tendenza all’infinito.

In questi sotto-sistemi anche chi vive onestamente è schiavo, e compete nel suo piccolo o grande ambito contro altri per raggiungere una posizione migliore. Ma per raggiungerla non è fondamentale essere competenti, preparati. La meritocrazia è una parola astratta, quello che conta è compiacere a chi sta sopra di noi nella speranza che questo ci favorisca nella lotta per il successo e far fuori chi si mette di traverso.

Chi aspira a crescere non si limita all’impegno personale, ma sta molto attento affinché i concorrenti non diventino competitivi nel tentativo di impostare a zero tutti gli altri per dimostrare di essere 1 (cit. Frenkie Hi NRG MC). Si inizia con lo screditare gli altri attraverso i pettegolezzi con i colleghi e con il capo, per arrivare all’omessa collaborazione o ai trabocchetti finalizzati a far sbagliare l’altro al fine di evidenziarne l’inferiorità.

Purtroppo chi è sopra di noi ha raggiunto la posizione con le stesse logiche distorte per cui tenderà a fare avanzare non il collaboratore più capace, ma quello più fedele e quasi sempre le due cose non si manifestano simultaneamente nella stessa persona. Il risultato è che se vuoi “far carriera” è più importante compiacere che sapere e saper fare con l’inevitabilmente risultato che chi ha i ruoli chiave nella società spesso non è il più capace tra i possibili concorrenti a rivestire quel ruolo.

Quindi se si vuole emergere bisogna in qualche modo piegarsi al sistema, ma questo piegarsi non fa che aumentare lo status di schiavo. Una volta salito un gradino si deve inevitabilmente essere grati a qualcuno, e comunque viene immediatamente voglia di salirne un altro, come la dipendenza da gioco.

Questi “vincoli di gratitudine” frutto di raccomandazioni, massonerie, voti di scambio e chi più ne ha più ne metta, compongono l’ossatura del sistema e dei sotto-sistemi. L’estensione di queste ossature sono tali da rendere pressoché impossibile qualunque tentativo di cambiamento radicale eccetto cambiamenti bruschi e traumatici come guerre, colpi o rivoluzioni ma non per questo bisogna rassegnarsi.

Le ambizioni di successo ed il denaro condizionano le vite di tutti e peggiorano la struttura sociale. Tutto per avere, sempre di più. In questo contesto essere liberi non significa non avere aspirazioni ma seguirle nel rispetto degli altri accettando i propri limiti. Lavorare per vivere e non il contrario rende liberi. Non vuol dire considerare il lavoro soltanto come una fonte di stipendio, è giusto farlo al meglio delle proprie possibilità e onestamente, ma quando “suona la campanella” è ora di tornare alla vita. Dedicare più tempo possibile alla famiglia, agli affetti, all’attività fisica, allo svago non fanno che renderci più felici anche se meno ricchi perché si sa che il tempo è denaro quindi meno si lavora meno si guadagna. Ma questo poco importa se si dispone di uno stipendio in grado di consentirci una vita dignitosa.

L’uomo libero è visto dallo schiavo in diversi modi. Se non è felice allora è uno sfigato che suscita pena e va bene così. Al contrario se è felice diventa una minaccia da annientare, perché rende ancora più insignificante il denaro, il successo e complessivamente la vita dello schiavo. Per lo schiavo l’uomo libero non può essere felice, lui non lo concepisce, dopo aver speso tanta vita a lavorare, sgomitare e macchiarsi dei comportamenti più squallidi vedere qualcuno felice e libero gli riporterebbe alla mente quanto misera sia diventata la sua esistenza.

Vivere di rassegnazione è il segno di una sconfitta e lo schiavo, tanto più se potente, ne trarrebbe una vittoria. L’importante è restare uomini liberi, mantenendo dignità e onore senza lasciarsi andare al sistema ma formandosi, informandosi e dando sempre il massimo nella propria attività senza consentire che questa diventi la principale attività di vita.

L’uomo libero è felice, anche se non ha tutto ciò che ritiene di meritare e per questo non deve essere grato a nessuno, se non a se stesso. Quando lavora è sereno, perché non ha nulla da dimostrare al di là di quelle che sono le sue normali capacità, e per questo rende anche meglio. Guarda gli schiavi lottare tra loro come gladiatori nell’arena restando seduto tra il pubblico (che è libero) e alla fine dello spettacolo torna a casa illeso. Questo è il bello di essere liberi.

 

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