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La guerra ai drogati (o presunti tali) delle filippine

L’immagine che ho voluto pubblicare mi ha evocato a primo impatto la pietà di Michelangelo Buonarroti ed è uno squarcio rappresentativo dei drammi quotidiani uniti all’indifferenza degli spettatori che riprendono con gli smartphone che si consumano nelle Filippine (in particolare a Manila) dalla fine del mese di giugno 2016.

Il servizio di ieri sera (6 marzo) della trasmissione “le iene” ha messo in luce e con evidenze shoccanti la situazione delle Filippine e della sedicente guerra alla droga del neo-presidente Rodrigo Duterte.

Questa simpatica canaglia 71 enne, è stata eletta democraticamente a maggio 2016, dopo che il presidente uscente Benigno Aquino III si dissociò apertamente dalla candidatura di Duterte paragonandolo ad Adolf Hitler. I fatti non lo smentiscono di molto.

Duterte ha dichiarato apertamente guerra alla droga, o meglio, guerra ai drogati promettendo letteralmente di massacrare spacciatori e tossicodipendenti (stimati in circa 3 mln nel paese) come fece Hitler con gli ebrei. Fortunatamente per lui e sfortunatamente per i Filippini, in quella terra ci sono più pesci che petrolio e agli esportatori di democrazia dei pesci non interessa molto.

Esecuzione sommaria nelle FilippineAd oggi si contano circa 7000 esecuzioni sommarie ad opera della polizia e di gruppi di mercenari denominati “squadroni della morte” che si aggirano per i sobborghi di Manila  entrando mascherati anche nelle abitazioni e tirando fuori i presunti pusher o tossicodipendenti per giustiziarli a sangue freddo. Il servizio delle iene ha evidenziato come questi “civili” percepiscano un rimborso equivalente a circa 100 euro per ogni esecuzione. C’è da chiedersi, e da provare, chi finanzi questa mattanza anche se stante alle dichiarazioni del castigatore (soprannome di Duterte) i dubbi sono pochi.

Prima che un Giovanardi qualunque, che per inciso in confronto a Duterte è un dilettante, si avventuri in un “fanno bene” vorrei chiarire come la situazione e le modalità vadano ben oltre la pena di morte visto che in quel caso il condannato è condannato a seguito di un processo mentre nelle Filippine, a dire di molti testimoni oculari, sarebbe addirittura la polizia a mettere in tasca alle vittime gli stupefacenti e le armi per giustificare l’esecuzione.

In Portogallo, come nella maggior parte dei paesi occidentali, avevano un atteggiamento repressivo nella lotta alla droga anche se ben lontani da esecuzioni sommarie e non, prevedendo anche pene carcerarie. Dal 1° luglio 2001, attraverso un approccio radicalmente diverso al problema, si è ridotto il consumo di stupefacenti ben al di sotto di molti stati ritenuti più avanzati del Portogallo.

L’approccio Duterte e diametralmente opposto e, come evidenziato dalle iene, non fa diminuire il consumo di sostanze perché i tossicodipendenti ne hanno un bisogno fisico che supera la paura della morte. L’ipotesi circolante tra i maggiori organismi per la tutela dei diritti umani sul merito della questione e che la lotta alla droga sia solo un pretesto per una mattanza di indigenti che popolano le baraccopoli di Manila. A conferma di ciò l’evidenza che in quartieri del ceto medio o medio-alto, seppur presenti pusher e drogati, non si contano morti.

La Libia e l’Iraq sono state semidistrutte per molto meno ma com’è noto in quei posti, al contrario che nelle Filippine, il petrolio abbonda più che l’olio di fegato di merluzzo. Li era indispensabile la democrazia, i Filippini possono attendere. Mentre noi ci aggrovigliamo su gli immigrati che, stante queste situazioni, sono solo destinati all’aumento.

 

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